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LABOR ON

Raccontiamo la storia della fotografia, la tecnica e la sua capacità di comunicare ed emozionare

Storia della fotografia://Reportage #Vol1

Reportage #vol1 è una nostra selezione di fotografi che, attraverso il reportage, hanno raccontato la loro contemporaneità

Dorothea Lange è una fotografa americana nata nel New Jersey nel 1895.

Nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture. Nel dopoguerra viaggiò molto col marito e nel biennio fra il ’54 ed il ‘55 lavorò come fotografa di Life.

“Il mio particolare modo di fotografare si basa su tre regole.
Primo: non toccare! Qualunque cosa fotografi, non infastidisco, non altero, non accomodo. Secondo: il senso del luogo. Qualunque cosa fotografi, cerco di farla apparire come parte del suo ambiente, come radicata in esso.
Terzo: il senso del tempo. Qualunque cosa fotografi, cerco di far vedere che è inserita nel passato o nel presente.”

Walker Evans nasce a St Louis, Missouri, il 3 Novembre 1903.

Diventò celebre per aver immortalato gli Stati Uniti della crisi economica degli anni trenta.
La sua fu una fotografia sociale, documentaria e di denuncia, tanto della condizione umana, quanto di quella strutturale. I suoi soggetti erano spesso i volti della gente, così come le case e i paesaggi in cui abitavano.

“È il modo di educare i tuoi occhi e altro ancora. Guardare, curiosare, ascoltare, origliare”.

Robert Capa nasce a Budapest il 22 ottobre 1913.

I suoi reportage rendono testimonianza di cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954).

Capa documentò inoltre lo svolgersi della seconda guerra mondiale a Londra, nel Nordafrica e in
Italia, ed in particolare lo sbarco in Normandia dell’esercito alleato e la liberazione di Parigi.

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino.”

Margaret Bourke-White nasce a New York il 14 Giugno 1904.

Fu la prima fotografa straniera ad avere il permesso di scattare foto in URSS, la prima corrispondente di guerra donna e la prima donna fotografa per il settimanale LIFE.

“Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché, oltre ad essere fotografo, sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto.”

Robert Frank nasce a Zurigo il 9 Novembre 1924.

Nel 1946 si autofinanzia la prima pubblicazione cui dà il titolo di 40 Fotos. Nel 1947 lascia l’Europa per trasferirsi negli Stati Uniti. A New York, Alexey Brodovitch lo ingaggia come fotografo di moda per Harper’s Bazaar.

Tra il 1952 e il 1953 continua in Europa la sua attività di reporter tra Parigi, Londra, Galles, Spagna e Svizzera. In questo periodo abbandona definitivamente la fotografia di moda e comincia a lavorare sempre più seriamente come fotogiornalista freelance.

Nel 1955 Robert Frank è il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio annuale promossa dalla Fondazione Guggenheim di New York. Con i soldi ricevuti viaggia per tutti gli Stati Uniti dal 1955 al 1956, riprendendo oltre 24.000 fotografie.

Nel 1958 Robert Delpire pubblica a Parigi Les Américains, una selezione di 83 immagini tratte dal viaggio americano e l’anno dopo la Grove Press pubblica il volume negli Stati Uniti col titolo The Americans.

“Soprattutto, la vita per un fotografo, non può essere una questione di indifferenza”

William Eugene Smith nasce a Wichita, Kansas, il 30 Dicembre 1918.


Cominciò a fotografare giovanissimo, ma degli scatti dell’allora quattordicenne Smith non rimase
traccia: fu lui stesso distruggerli anni dopo, giudicandoli troppo scarsi.

Nel 1939 viene contattato dalla rivista Life, con cui inizia una collaborazione che lo porterà, nel corso degli anni successivi, a coprire come fotografo di guerra il teatro bellico del Pacifico: alcune delle immagini scattate durante queste operazioni divennero vere e proprie icone della seconda guerra mondiale, e dimostrarono la capacità di Smith di raccontare la storia in fotografia.

“La passione è presente in tutte le grandi ricerche ed è necessaria per tutti gli sforzi creativi.”

Letizia Battaglia nasce a Palermo il 5 Marzo 1935.


Inizia la sua carriera nel 1969 collaborando con il giornale palermitano L’Ora.
Diviene una fotografa di fama internazionale, ma non solo per essere la “fotografa della mafia”
Le sue foto, spesso in un vivido e nitido bianco e nero, si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, gli sguardi dei bambini e delle donne (Letizia Battaglia predilige i soggetti femminili), i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città dalle mille contraddizioni.

Letizia Battaglia è stata la prima donna europea a ricevere nel 1985, ex aequo con l’americana Donna Ferrato, il Premio Eugene Smith, a New York, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo di Life. Un altro premio, il Mother Johnson Achievement for Life, le è stato tributato nel 1999.

Josef Koudelka nasce a Boskovice ,Repubblica Ceca, il 10 gennaio 1938.
 

È molto nota la testimonianza fotografica che ha offerto sulla fine della Primavera di Praga: Koudelka era rientrato da un viaggio per un servizio fotografico sugli zingari della Romania, appena due giorni prima dell’invasione sovietica, nell’agosto 1968. I negativi di Koudelka lasciarono Praga seguendo canali clandestini, nelle mani dell’agenzia Magnum Photos, e finirono per essere pubblicate sul periodico The Sunday Times, in maniera anonima, contrassegnate unicamente dalle iniziali P.P., sigla di Prague Photographer (“fotografo di Praga”), nel timore di rappresaglie contro di lui e la sua famiglia.

Le sue immagini di quegli eventi divennero drammatici simboli internazionali. Nel 1969 l'”anonimo fotografo ceco” fu premiato con la Robert Capa Gold Medal dell’Overseas Press Club, per la realizzazione di fotografie che richiedevano un eccezionale coraggio.

Nel 1971 entrò nell’agenzia fotografica Magnum Photos e vi rimase per più di una decade. Nomade nel cuore, continuò a vagare per l’Europa armato della sua fotocamera e con poco altro.

Negli anni settanta e ottanta proseguì il suo lavoro grazie al sostegno di numerosi riconoscimenti e premi, continuando ad esporre e pubblicare importanti progetti come Gypsies (1975, il suo primo libro) e Exiles (1988, il secondo). Dal 1986 ha lavorato con una fotocamera panoramica e una selezione delle foto ottenute è stata pubblicata nel libro Chaos, del 1999.

“Non ho mai avuto alcun eroe nella mia vita o in fotografia. Semplicemente viaggio, guardo e ogni cosa mi influenza. Tutto mi influenza. Sono abbastanza diverso rispetto a quaranta anni fa. Per quaranta anni ho viaggiato. Non ho mai soggiornato in un paese più di tre mesi. Perché? Perché ero interessato a vedere e se rimango più a lungo divento cieco.“

James Nachtwey è nato a Syracuse, stato di New York, il 14 Marzo 1948 ed è cresciuto nel  Massachusetts.

È profondamente segnato, nella sua scelta di diventare fotografo, dalle immagini della guerra nel Vietnam e del movimento per i diritti civili.

Ha cominciato a lavorare come fotogiornalista nel 1976 per un quotidiano locale del Nuovo Messico.  La sua attività di fotoreporter si è svolta in numerosi paesi quali El Salvador, Nicaragua, Guatemala, Libano, Cisgiordania (West Bank) e Gaza, Israele, Indonesia, Thailandia, India, Sri Lanka, Afghanistan, Filippine, Corea del Sud, Somalia, Sudan, Rwanda, Sudafrica, Russia, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Romania, Brasile e Stati Uniti. Nachtwey lavora per il Time dal 1984, ha lavorato per l’agenzia Black Star dal 1980 al 1985 ed è stato membro della Magnum Photos dal 1986 al 2001. Nel 2001 è diventato uno dei membri fondatori dell’Agenzia VII che ha poi abbandonato nel 2011.

“Se si desidera entrare in contatto con le persone che sono in una situazione di emergenza, di grande dolore e paura, è necessario farlo in un certo modo. Io mi muovo piuttosto lentamente. Parlo piuttosto lentamente. Faccio in modo che sappiano che li rispetto.“

Raghu Rai nasce in India nel 1948.

Divenne fotografo nel 1965 e un anno dopo si unì allo staff di The Statesman, un giornale di

Nuova Delhi. Colpito da una mostra del suo lavoro a Parigi nel 1971, Henri Cartier-Bresson nominò Rai per unirsi alla Magnum Photos nel 1977.

Nel 1976, lasciò il giornale e divenne un fotografo freelance. Dal 1982 al 1992 Rai è stato il
direttore della fotografia per India Today e ha fatto parte della giuria per World Press Photo dal 1990 al 1997.

“La dignità è preziosa. Come diceva Cartier-Bresson, fotografare è agire con l’occhio freddo e il
cuore caldo. L’importante è sentirsi, essere in connessione con il luogo a cui appartieni. Io non potrei fotografare fuori dall’India, da un mondo che non conosco.”

Paolo Pellegrin nasce a Roma l’11 marzo 1964.

Riconosciuto come uno dei maggiori fotoreporter di guerra, collabora con testate giornalistiche quali Newsweek e New York Times magazine. È stato insignito di numerosi premi, tra cui la Robert Capa Gold Medal (2006), lo Eugene Smith Grant in Humanistic Photography (2006), l’Olivier Rebbot for Best Feature Photography (2004), la Leica Medal of Excellence (2001), undici World Press Photo tra il 1995 e il 2018

“M’interessa vedere le ruote della Storia che si muovono.“

 

Paul Fusco nasce nel Massachusetts nel 1930.


Nel 1957 cominciò a lavorare come fotografo per il periodico Look, viaggiando in Asia, Messico, Europa e India. Nel 1968 venne incaricato di realizzare un servizio sulla morte di Bob Kennedy. Armato di tre macchine fotografiche e trenta pellicole, Fusco salì sul treno che trasportava la bara del politico, si affacciò al finestrino e scattò più di duemila foto al popolo Americano intento a dare l’ultimo saluto. Le foto ottennero un grande successo e furono raccolte nel libro “RFK Funeral Train”. Nel 1974 entrò a far parte dell’agenzia Magnum.

Voglio che gli spettatori si immedesimino nella vita delle persone che stanno guardando; l’esperienza visiva è incredibilmente coinvolgente sul piano emotivo”

Alex Webb  nasce  a San Francisco per trasferisrsi poi nel New England, studiò storia e letteratura all’Università di Harvard (laureandosi nel 1974) e fotografia al Carpenter
Center for the Visual Arts.

Nel 1974 lavorò come fotoreporter e nel 1976 divenne membro associato di Magnum Photos. Durante questo periodo ha documentato la vita di una piccola città nell’america del sud. Lavorò anche nei Caraibi e in Messico, cosa che lo portò, nel 1978, a iniziare a lavorare a colori, cosa che continuò a fare.

”La fotografia aiuta l’uomo a guardare la realtà con nuovi occhi”

Alessio Romenzi è nato nel 1974 a Colle Sant’Angelo, Terni, ha seguito la primavera araba fin dall’inizio con focus particolare su Egitto e Libia.
 
Lavora con le organizzazioni umanitarie di tutto il mondo tra cui Amnesty International, Unicef, Croce Rossa Internazionale e Save the Children.
Ha documentato le crisi in Medioriente e Nordafrica. Le sue immagini appaiono sul New
York Times, Le Figaro, El Pais, il Corriere della Sera, Internazionale, l’Espresso, The
Guardian. Ha vinto due World Press Photo (2013, 2017), l’Unicef Picture of the Year 2013, il
Sony Award 2017 e il Premio Luchetta per la fotografia 2019. Di recente, si è occupato del
fenomeno migratorio verso l’Europa e dei conflitti causati dall’Isis. Con Francesca Mannocchi ha diretto il docufilm Isis, Tomorrow (2018).
 
“È davvero una situazione fuori dal mondo. Uno spazio senza tempo. Un’arena dove si lotta per la sopravvivenza: disposti a uccidere ma anche a essere uccisi. Cerco di raccontare la guerra come una storia fatta di individui. I miei occhi non vedono mai due eserciti che si confrontano ma uomini, donne e bambini, e sono loro che mi interessa raccontare.”
Marco Longari  è un fotogiornalista e attualmente lavora a Johannesburg dove, per Agence France-Press, è a capo del servizio fotografico per l’Africa.
 
Inizia la sua carriera nel 1998, coprendo il conflitto in Kosovo. In seguito, dopo numerosi viaggi si sposta in Africa e collabora con Agence France-Press e testate internazionali. Per AFP ha lavorato anche a Nairobi e Gerusalemme, coordinando per 7 anni la copertura per Israele e Territori Palestinesi. Il suo lavoro sui conflitti è stato esposto in Francia, Austria, Africa e Italia.
 
“Occorre portare l’accento sulla comprensione della violenza, elaborandola in chiave intellettuale ed emotiva, anche in funzione al diritto d’informazione. L’aspetto fondamentale della questione è quello di non cedere, mai, al tentativo di spettacolarizzare la situazione. È il modo in cui racconti le cose che fa la differenza.”
Lynsey Addario è una fotoreporter statunitense. Ha lavorato per Associated Press, New York
Times
e National Geographic.
 
Con le sue fotografie ha raccontato le conseguenze della guerra in Paesi come Afghanistan, Iraq, Sudan (Darfur) e Yemen, focalizzando l’attenzione alla situazione delle donne e dei bambini, oltre ai diritti umani e le questioni sociali in altri paesi.
Durante i suoi reportage è stata rapita due volte ed rimasta ferita in un grave incidente automobilistico. Per il suo lavoro ha vinto un Premio Pulitzer e il MacArthur Fellowship. Ha passato gli ultimi 20 anni a documentare la situazione delle donne nelle zone di guerra e nei luoghi più difficili del mondo. E a combattere la disparità di genere anche nel suo lavoro.

«È il modo in cui ci guadagniamo da vivere, ma più che altro è una responsabilità, una vocazione che ci rende felici, perché ci dà la sensazione di avere uno scopo preciso nella vita. Siamo testimoni della Storia e possiamo influire sulla politica»
Davide Monteleone nasce nel 1974 e inizia la sua carriera fotografica nel 2000, quando diventa un fotografo editoriale per l’agenzia Contrasto.
 
Fin dal 2013, Monteleone ha vissuto tra Italia e Russia, perseguendo progetti personali a lungo termine. Ha pubblicato il suo primo libro Dusha, Russian Soul nel 2007, seguito da La linea inesistente, nel 2009, Red Thistle nel 2012 e Spasibo nel 2013. I suoi progetti lo hanno portato a ottenere numerosi premi, inclusi diversi World Press Photo e grants come “Aftermath” o il European Publisher Award. Negli ultimi anni lavora su progetti per le principali riviste internazionali, fondazioni e istituzioni culturali, espone e insegna.
 
“E’ vero che ci sono delle regole nella fotografia documentaria, e ancora più forti nel fotogiornalismo, ma la fotografia deve lasciare un margine di interpretazione. Trovo interessante che si parli della manipolazione della fotografia e del fatto che molte immagini di questo lavoro (The April Theses) siano una messa in scena. Da alcuni questo è considerato illegittimo, ma alla fine è l’onestà intellettuale, il fatto di dichiararlo, che fa la differenza. Non sono le fotografie che mentono, sono i fotografi».
Gabriele Micalizzi inizia la professione di fotogiornalista collaborando con la News Press Agency di Milano.
 
Nel 2008, insieme ad altri colleghi, fonda Cesuralab, sotto la direzione artistica del celebre fotografo della Magnum Alex Majoli. Dal 2010 inizia la sua carriera come fotoreporter in zone di conflitto, documentando le situazioni al limite che si verranno a creare negli anni nelle zone del Medio Oriente, coprendo tutti gli avvenimenti legati alla “Primavera Araba” e dividendosi tra Tunisia, Egitto e Libia. Parallelamente sarà presente alla crisi economica che si è abbattuta sulla Grecia e dal 2014 tornerà sulla striscia di Gaza e in Libia.
 
“Sono cresciuto in una bottega di fotogiornalismo. L’ho sempre considerata una missione e non un semplice lavoro. Molte volte mi piace pensare che noi reporter non lavoriamo per i giornali ma per la storia.”